Oana Maria è una ragazza romena di ventinove anni. Vive in affitto in un piccolo appartamento a Modena, e lavora come distintista in una ditta di Maranello. La classica tipa sveglia che sa stringere i denti e cavarsela da sola, senza chiedere per forza aiuto. Giunta a Milano nel 2010 con una laurea in ingegneria ed il suo ex ragazzo, un muratore suo connazionale conosciuto da pochissimo e già residente in Italia, rimase incinta, fino alla dura esperienza di un aborto spontaneo – quel giorno in ospedale era sola ad affrontare tutto. Lasciato il fidanzato, trovò ospitalità presso alcuni parenti a Crevalcore, nella bassa bolognese, per più di un anno. Da lì prendeva il treno ogni mattina per arrivare in orario negli uffici Spei. Profondamente credente, frequenta ogni domenica la Messa ortodossa nella parrocchia di San Bartolomeo a Modena.
Quando hai lavorato alla Spei?
Fu il sacerdote della mia parrocchia [Constantin] a mettermi in contatto con Stefano, entrambi frequentavano il coro del Duomo di Modena. Allora ero da poco arrivata in Emilia, cercavo disperatamente un lavoro. Ero iscritta a una miriade di agenzie interinali ma, pur avendo una laurea in ingegneria gestionale, nessuno mi dava la possibilità di fare un colloquio. Il primo fu proprio quello con la Spei, nell’ottobre del 2011. Dopo qualche mese di prova, tempo in cui potei imparare il disegno meccanico, venni assunta part time il successivo febbraio. Rimasi quattordici mesi, fino al giugno 2013. A quella data vivevo già in affitto a Modena, trovai un lavoro a tempo pieno in un supermercato e, d’accordo con Stefano, mi dimisi – la nuova esperienza durò solo due mesi: per un anno mi arrangiai facendo qualche ora a settimana come donna delle pulizie finché, proprio quando avevo messo da parte i soldi per tornare in Romania, trovai il mio attuale lavoro di gestione di distinte base in una ditta di Maranello – una professione inerente alla mia laurea.
Sei rimasta stupita dall’ambiente Spei il giorno del colloquio?
Se ti riferisci alle madonnine o alle immagini di Gesù sui muri, assolutamente no. Finalmente mi sentivo proprio come a casa: quei segni erano parte della mia vita, quella che avevo sempre avuto nella mia terra e che avevo perso a Milano. In quella città mi era difficile muovermi – non ho l’auto, né la patente – e il mio ex ragazzo non mi accompagnava mai alla chiesa ortodossa – tranne una volta, il giorno di Pasqua. Fatto sta che in quel periodo smisi di andare a Messa, anche se sentivo che mi mancava (una sera mi misi ad ascoltare in camera canti religiosi). Le cose non andavano per niente bene. Una volta lasciato il ragazzo e tornata a Modena, ricominciai a frequentare la Chiesa grazie all’introduzione dei miei parenti nella parrocchia di San Bartolomeo, dove ogni domenica mattina si celebra la Santa Messa per gli ortodossi di Romania.
Il giorno del colloquio mostrai il mio poverissimo curriculum, ma parlammo poco di lavoro. Raccontai a Stefano un po’ di cose della mia vita – voleva saperne il più possibile – dalla perdita di mio padre quando avevo sette anni, alla fine della mia relazione sentimentale, alla difficoltà di trovare lavoro – il mio “grosso problema”. Avevo paura di passare come la vittima di turno, la povera ragazza straniera bisognosa di aiuto: non è per orgoglio (e non lo dice con durezza, ndr) ma cerco sempre di sbrigarmela da sola, per non scomodare gli altri e procurare fastidi. Quel giorno però ero contentissima per il solo fatto di essere davanti ad una scrivania a sostenere un colloquio, il primo dopo un anno e mezzo che abitavo in Italia.
Un’ortodossa che finisce in un gruppo di cattolici. Com’era la preghiera in ufficio?
Bellissima, mi piaceva moltissimo. L’ortodosso crede nelle stesse cose di un cattolico – Gesù, Maria, i Sacramenti, la Comunione dei Santi – ma ha molte più preghiere a disposizione – e più lunghe (sorride). Alla Spei erano previsti due momenti di preghiera: uno breve, ogni mattina, ed uno ogni giovedì sera, prima della cena comune in pizzeria. In nessun altro posto che avevo visto si faceva una cosa del genere, né in Italia né in Romania. Cominciavamo col parlare dei fatti lavorativi accaduti negli ultimi sette giorni – potevamo pure parlare dei nostri fatti personali – e recitavamo un rosario (“per ringraziare” o “per chiedere”), oppure leggevamo – commentando liberamente – un passo della Bibbia, o un’orazione dal “Libro d’ore”. I fatti della vita lavorativa entravano nella preghiera, una preghiera fatta proprio sul luogo di lavoro. Tutto bello e regolare. Poi un giorno mi successe una cosa particolare… Capii che prima di quel momento la mia era stata una preghiera “spenta”…
In che senso?
Nel senso che non avevo mai sentito la presenza di Dio e della Madonna in un modo così forte. Avevo sempre pregato, è vero, ma lo facevo perché mi avevano sempre insegnato a farlo: mi piaceva e volevo, ma non sentivo una risposta da parte di Dio. Non sentivo che ero ascoltata, ecco, mancava il feedback. Un bel giorno Gli feci una richiesta ben specifica, e la Sua risposta arrivò in un baleno…
Cosa è successo?
Nell’estate 2012 lavoravo ogni pomeriggio, con Stefano, alla CNH di Modena. Una sera mi trattenni più a lungo in ufficio, e finii col perdere la prima corriera per l’autostazione. Avrei perso pure la prima coincidenza col treno per Crevalcore, sarei rincasata tardissimo, ed ero esausta. Ad ogni modo, non volevo disturbare Stefano e quindi non gli chiesi un passaggio. Non lo chiesi neanche alle poche macchine che passavano – in Italia tutti hanno la patente, vedere qualcuno che fa l’autostop può suonar male. Lo chiesi direttamente a Dio, a voce alta: “Se qualcuno mi offrisse un passaggio, proprio in questo momento, non sarebbe mica male”. Pochi secondi dopo arrivò un ragazzo con la sua automobile dalla direzione opposta alla stazione, si fermò nel parcheggio della CNH e caricò la sua ragazza, appena uscita dal lavoro. Fatta inversione, la vettura mi raggiunse – ero seduta su una panchina – e la ragazza, tirato giù il finestrino, mi offrì un passaggio. Ero sbalordita. Ero raggiante di gioia. Quella ragazza – non l’ho più rivista – non aveva idea di dove dovessi andare ma mi raccontò che più volte si era ritrovata nella situazione di perdere una coincidenza: voleva esser sicura che anche a me non stesse capitando lo stesso. Tenni addosso il sorriso per tre giorni.
E non è tutto. Poco dopo ricordai che nella precedente preghiera del giovedì, in ufficio, leggemmo la parabola del buon samaritano: quella volta Stefano ci chiese come potevamo accorgerci della compassione verso qualcuno e, visto che nessuno voleva rompere il ghiaccio, toccò a me rispondere. Dissi molto semplicemente che per capirlo bisognava mettersi nei panni dell’altra persona. Quella ragazza ha fatto lo stesso nei miei confronti, solo così poté azzardare a chiedermi se avevo bisogno di aiuto. Era come se tutto fosse collegato…
Se tu raccontassi questa storia ad un ateo, direbbe che hai una bella fantasia. In fondo hai ricevuto solo un passaggio, un giorno che eri stanca e che ti avrebbe fatto comodo. Un colpo di fortuna, cose che possono capitare a chiunque.
Non devo mica rompermi la testa per spiegare a chi non crede cosa mi sia successo quel giorno, non mi interessa. Racconterei volentieri com’è stato, se poi qualcuno ne potesse imparare qualcosa sarei contenta, altrimenti pazienza… Io ho chiesto a Dio una cosa precisa, e Lui me l’ha data. Bisogna chiedere cose precise. Quando Gli ho chiesto il passaggio non era questione di vita o di morte, non era assolutamente una emergenza, solo mi sarebbe dispiaciuto stare in strada e perdere un’ora della giornata in attesa della successiva coincidenza… Ho solamente chiesto una gentilezza, e Dio mi ha esaudito in un attimo. Una vera cortesia. Per la prima volta ho sentito di essere ascoltata. Con questa esperienza Dio ha voluto riaccendere la mia spiritualità, e ci è riuscito.
E se Dio non fosse stato così gentile, cosa avresti pensato?
Guardiamo la parte piena del bicchiere [ride]. Ho chiesto aiuto e Lui me l’ha dato. Da quel giorno il mio pregare è cambiato, è con “più cuore”. Anche oggi è così – e sono passati due anni: a casa, a Messa, in ufficio, con più cuore di prima. So che Dio mi ascolta dall’altra parte.
In che rapporti sei rimasta con la Spei?
In ottimi rapporti: frequento ancora l’ufficio il giovedì sera, quando mi è possibile. Riesco a vedere gli altri ragazzi, sento Stefano al telefono: ci aggiorniamo sulle nostre vite e su quella della Spei. A lei devo molto. Se lavoro in Italia è perché lì ho imparato da zero il disegno meccanico. Tra qualche settimana la ditta di Maranello dovrebbe assumermi con un nuovo contratto – finora lavoravo tramite un’agenzia interinale.
Tornerai prima o poi in Romania?
A Dio piacendo, vorrei rimanere a Modena il più tempo possibile…
11/08/2014